La mia impressione.
La mia netta impressione è che esista una difficoltà patologica nel cogliere incongruenze e contraddizioni. Eppure ne spuntano di nuove costantemente. Che si tratti del claimat ceing, della grin transiscion, del senso di colpa colonialista o del buon vecchio cavallo di battaglia a base di mRNA.
Si parte ovviamente dagli assunti che ci vengono proposti come venissero da novelle Jeanne D’Arc, ma ragionando poi sui proclami e notizie giornalieri si arriverebbe a bruciare la giovane francese nell’arco di qualche ora. Invece ci si guarda attorno e stuoli di ottusi volenterosi si accaniscano a violentare il buonsenso o qualsiasi tesi valida da millenni pur di non far cadere in contraddizione il beniamino del momento.
Dopo anni di queste cazzate sono davvero stanco e la volontà di discutere pacatamente si è esaurita.
Vuoi farti cento pere? Vai tranquillo!
Vuoi andare a farti sparare addosso per la tedesca? Mandami una cartolina!
Vuoi fotterti la vita per salvare il prezzemolo? Cazzi tuoi!
Vuoi credere che i buoni arrivino in Africa per salvare tutte le personcine di un altro colore? Accomodati!
La mia impressione è che in questi ultimi anni siamo diventati ancora più soli. Come se tenessimo duro aspettando che l’altro ci lasci le penne per avere più spazio. E non mi piace.
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Sic transit gloria mundi.
Qualche giorno fa al bar discutevo con un avvocato.
Lo so… A mia discolpa posso dire di averlo conosciuto prima della laurea e a sua discolpa sottolineo che non mi ha fatto pagare il consulto.
Ad ogni modo, si parlava di Stato, di Costituzione e di cittadini.
Io, che ancora non ho capito il motivo per cui il nostro Stato si debba fondare sulla vendita di pezzi della nostra vita per vivere, alla sentenza piccata “Ma lo Stato siamo noi!” ho avventatamente risposto: “Noi chi?”.
Un putiferio.
Come si può definire il concetto di cittadino, di appartenenza allo Stato?
I nati sul territorio dello Stato?
Nazionalità di uno o molti genitori?
Freccette?
Mi dicono, come fossi un bimbo con difficoltà cognitive, che ci sono delle leggi basate sul principio dello ius sanguinis. Leggi però che sono state proposte ed approvate da rappresentanti eletti da coloro che devono avere la cittadinanza. Mi sembra un po’ come pulirsi il didietro con il prodotto fresco.
Forse i padri fondatori hanno preso la decisione prima della nascita dello Stato, prima di essere quindi cittadini? No. Sembra non ci abbiano pensato.
Essere parte dello Stato dev’essere una di quelle cose che sai di sapere, ma non riesci a spiegare. Un po’ come con i bitcoin.
Personalmente mi sono fatto un’idea, per quanto nebulosa. Un gruppo di individui diventa un gruppo di cittadini quando ognuno di loro decide di scambiare diritti con doveri. Lo Stato è un’astrazione creata dagli individui ed un ente condizionato da una scelta. Nella realtà, purtroppo, noi non scegliamo affatto, a meno di non essere stranieri. Non possiamo neppure scegliere quali diritti con quali doveri scambiare. Una sorta di battesimo civile che ci viene imposto, perché così dev’essere.
E così lo Stato siamo noi, che ci piaccia o meno, con tutte le conseguenza del caso. Inutile discuterne.
Con tutta probabilità la mia è un’idea strampalata, che farà inorridire molti, ma mi ha fatto riflettere su tutto ciò che diamo per assodato e che in realtà meriterebbe attente riflessioni per evitare di vivere in un mondo che, sbagliando, riteniamo di comprendere.
Con l’amico avvocato , alla fine, ci siamo lasciati in amicizia, ma l’aperitivo con le patatine l’ho pagato io.
Passioni.
Non intendo la passione che, di solito verso la fine, comporta lo scambio di liquidi corporei.
Passioni. Plurale.
Per molti la giornata, dopo il trionfale successo della pisciata mattutina, è tutta un calando.
Spesso ci manca una passione che nutra l'anima e ci renda sazi della vita che conduciamo. I fortunati svolgono un lavoro che coincide con la loro passione, per loro la pisciata mattutina è uno spreco di tempo, ma per la maggior parte delle persone il lavoro ha la sterile caratteristica della necessità. È quindi necessario cercare e trovare una passione. Studiare nel profondo le nostre abilità ed aspirazioni. Interrogarci sul famoso "senso della vita", la nostra.
Questo ampolloso preambolo, parte imprescindibile di qualsiasi pippone degno di questo nome, per porre nella giusta luce quanto sto cercando di ottenere con nostr ed il denaro "indipendente".
Semplicemente, si fa per dire, un'altra vita. Un'altra opportunità.
Facile prendere i danari in banca (non che ci siano davvero), farli diventare bitcoin e far finta di aver' combattuto il Sistema ingiusto e beffardo. In realtà sarebbe solo un modo per zittire la coscienza e probabilmente regalarsi un accertamento fiscale. Se però riuscissimo a vedere la realtà del denaro indipendente come affiancata a quella del Sistema, dovremmo voler trovare un modo di ottenere tale denaro restando nella sua realtà.
Sintetizzando lo sproloquio: guadagnare denaro indipendente, senza impiegare il denaro non indipendente.
È un po' un ritorno alle origini, ai tempi in cui le persone scambiavano beni e servizi senza imposizioni sull'attribuzione del valore.
Vorrei che la mia passione per la grafica, faccio fatica a chiamarla "arte", fosse lo strumento che mi permettesse di creare quel valore indipendente. Non tanto per avere, per accumulare, ma per tornare ad assaporare quella sensazione di essere liberi e responsabili di noi stessi, che ci rende davvero ricchi. Non si tratta di non pagare le tasse, lungi da me quell'idea truffaldina ed irrispettosa del "bene comune", si tratta di sottrarsi ad un modo di vivere che non è a misura del singolo.
Il primo passo verso la libertà è scoprire le nostre passioni.
Annulla e sostituisce precedente invio. 

La tetta a pagamento.
Ho la sensazione che da qualche giorno il numero di utenti che propongono le loro grazie, gratuitamente o dietro compenso, stia aumentando.
Non giudico nel merito. Per profitto offriamo i nostri corpi dalla notte dei tempi. Che sia giusto, morale, o non lo sia, poco importa. Qui ed ora mi basta prenderne atto.
La questione è che si tratta pur sempre di commercio. Personalmente resto contrario a far diventare la parte social di nostr un mercato, per le implicazioni stesse che “il mercato” comporta sul fronte della libertà di espressione.
Tornando alle tette, sono piacevolmente colpito da come ci siano punti di vista estremamente variegati, ma non una polarizzazione degli utenti. La gente non si scanna con la schiuma alla bocca per sostenere le proprie tesi. Leggo note di persone moralmente contrarie e altre a favore della libertà della mammella, persone che considerano possibili metodi di censura e altre che della censura non vogliono sentir parlare.
Alla fine della giornata, le tette c’erano, ci sono e ci saranno.
Più che per le rotondità svelate, sono soddisfatto della reazione della nostra comunità.
Forse non tutto è perduto.
